Nel Seicento, sui libri proibiti

Angelico Aprosio ricoprì per la chiesa intemelia [della zona di Ventimiglia (IM)] la carica di Vicario dell’Inquisizione e svolse la sua opera al servizio di diversi Grandi Inquisitori di Genova, non raramente affrontando il tema dei libri proibiti. Si segnalò per la serietà del suo operato e tenne a lungo l’Incarico di Vicario del Sant’Uffizio, sin ai tempi dell’inquisitore genovese Sisto Cerchi che il 26 luglio 1673, facendo cenno a vari suoi “meriti”, con propria lettera ufficiale lo riconfermò nell’incarico, ampliandone anzi le facoltà.

A questo punto giunge interessante notare come soltanto sei mesi dopo, grossomodo, Alessandro Marchetti abbia scritto ad Aprosio, cioè ad un Vicario dell’Inquisizione, una lunga lettera con la quale apertamente esplicita la portata del suo lavoro su Lucrezio.

Chiudendo la missiva con due liriche fra cui un sonetto di argomento spirituale ma, cosa che fa meditare davvero dato il destinatario, anche l’incipit o Principio del mio Poema filosofico…

la Dedicatoria a Luigi XIV, includente l’Incipit spedito all’Aprosio, stralcio che sostanzialmente si presenta come un “Appassionato inno a Dio”, ma che in un’epoca tanto controversa e di fiere lotte tra Scienza Nuova e Scienza Aristotelica non evita di rischiare potenziali accuse di cedimenti all’empirismo, al materialismo ed al panteismo addirittura potendo esser accusato di risentire l’influsso della pantologia di Bartolomeo Burchelati e soprattutto della proibitissima opera cui il Burchelati si ispirò vale a dire lo Zodiacus Vitae di Marcello Palingenio Stellato: libro mandato al rogo, coi “resti del suo autore”, più che per le “accuse al Clero e l’apertura ai Riformati” (cosa che A. Marchetti dà l’impressione di voler fin troppo insistentemente eludere nella dedica al re di Francia) per il panteismo che lo caratterizza e che obbiettivamente si riscontra in quella sorta di forza universale con cui Dio è da Marchetti identificato come peraltro fu evidenziato già da critici ed interpreti del ‘700.

Occorre comunque rammentare che, ad onta delle preoccupazioni espresse anche ad Aprosio, come il Marchetti non abbia mai smesso di leggere ed anche editare per stralci (con altre opere come appunto il “Poema”) la sua discussa “Traduzione di Lucrezio”, magari con le dovute cautele…

Per vie che non è mai facile ricostruire è comunque comprensibile anzi evidente che Marchetti nulla o poco si sia sentito intimorito dal contatto con un vicario dell’inquisizione. La lettera del 9 gennaio 1674 per quanto scritta con abilità retorica denota una sincera volontà di esser registrato nei repertori biblioteconomici aprosiani: Alessandro sa bene che, per il ritardo del contatto umano ed epistolare con Angelico, non ha potuto essere menzionato nella prima parte della Biblioteca Aprosiana…

Ritornando alla vexata quaestio della traduzione di Lucrezio bisogna peraltro mai dimenticare che, come nel contesto del dibattito sull’atomismo, Redi sempre rimase favorevolmente vicino a Marchetti e che partecipò, sia per l’aspetto culturale che per solidarietà emotiva, all’avventura della traduzione, nella quale Marchetti, cui era legato da profonda amicizia, aveva profuso smisurate energie umane ed intellettuali…

ricambiata antipatia di Francesco Redi per Antonio Magliabechi: al Magliabechi certo la natura non aveva dato un carattere straordinariamente eletto come le capacità intellettuali, e spesso in lui si mescolavano ad ingiustificate simpatie avversioni altrettanto discutibili, come, uscendo di tema ma a titolo d’esempio, nei riguardi di Anna Maria Schurmann, la Saffo di Colonia, un rifiuto intellettuale ed umano che in pratica impose ad Angelico Aprosio per una sua pubblicazione: ed il frate ventimigliese si “adattò” alla richiesta per non urtare il suscettibile ed ormai influentissimo bibliotecario fiorentino ma non certo sulla scorta d’una personale convinzione.
Verso altri eruditi ed intellettuali si fissò, di volta in volta, l’acredine del grande bibliotecario fiorentino: non di rado essa si trasformò in una diaspora dal mondo della cultura… Nessun umano rimpianto tuttavia frenò il Magliabechi, quando a Firenze si sparse la notizia della morte di Redi, di divulgare ulteriori maldicenze su una sua presunta adesione ad idee eretiche, cosa smentita da altri fiorentini quali Anton Maria Salvini e Salvino Salvini.
Che il Magliabechi si sia lasciato andare a siffatte esternazioni non sembra, anche in questo caso, mera illazione ma chiaramente si evince da una risposta, del 27 marzo 1697, data da Ludovico Antonio Muratori ad una lettera irreperibile del Magliabechi: Mi dispiace sommamente l’accidente improvviso e funesto del signor Redi, che Dio abbia in cielo, e molto più per le circostanze che l’anno accompagnato. Io ho sempre avuto in gran credito quel Signore, e mi spiace ch’egli in tutto non abbia corrisposto alla vera morale.
Sarà sempre difficile risolvere l’arcano della pubblicazione o non del “Lucrezio” ma se si confrontano la lettera delle illusioni del 15/V/1674 (e non tanto al suo inizio quanto alla parte centrale) con la lettera delle definitive disilluzioni del 12/X/1675 si nota una sola e fondamentale caratteristica cioè la presenza del Magliabechi quale motore della prossima stampa e di tutte le necessarie autorizzazioni e la sua totale assenza.
Mentre la lettera del 26 luglio 1674 pare assolutamente interlocutoria, quasi che al Marchetti stiano più a cuore opere sue di altra natura o addirittura di altri autori la lettera qui chiamata delle illusioni pare esser riflessa al negativo nella missiva per comodità detta delle delusioni.

da Cultura-Barocca

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