“Capitoli relativi alla natione hebrea”

Genova in una xilografia del 1483 di Michael Wohlgemuth da Il Liber Chronicarum di Hartmann Schedel  -  Fonte: Wikipedia

Genova in una xilografia del 1483 di Michael Wohlgemuth da Il Liber Chronicarum di Hartmann Schedel – Fonte: Wikipedia

Il secolo XVII comportò una serie di trasformazioni nei rapporti tra Genova e Tribunale della Santa Inquisizione e, per seguire un certo ordine cronologico, si può riandare con le considerazione ad una prima serie di contrapposizioni, connesse alla peculiare condizione degli EBREI.
Il collegamento qui appena proposto permette di visualizzare problematiche di vario tipo connesse all’insediamento di ebrei, alla loro rilevanza mercantile, all’istituzione dei ghetti, alle salvaguardie toscane loro concesse in Livorno e Pisa, al graduale mutamento nei loro confronti assunto dagli Stati Italiani e soprattutto da quello della Chiesa nel passaggio tra ‘500 e ‘600: fenomeno di irrigidimento istituzionale che sulla base di alcune investigazioni e con quale doveroso distinguo può essere individuato anche nell’estremo Ponente ligure
Per quanto concerne il genovesato non si può comunque far a meno di risalire nel tempo, precisamente a luglio del 1587, allorquando un decreto del governo impose a tutti gli ebrei, sotto la pena di un’immediata espulsione, l’esigenza di uniformarsi a certe restrizioni di indubbia ascendenza spagnoleggiante atteso che mai s’era veramente spento il ricordo della drammatica vicenda del “Maestro d’Epila”, il Grande Inquisitore Pietro Arbues assassinato da membri di quella comunità ebraica che lui stesso andava ferocemente perseguitando.
La comunità ebraica genovese oppose al provvedimento le sue ragioni ottenendo una parziale soddisfazione nel volgere di 7 giorni: venne infatti concesso che il segno dovesse non venir più portato sul capo o sul cappello ma sul vestito e che da ciò venissero esentate le donne (ma non le ragazze) e che piuttosto coll’espulsione si punissero i contravventori all’ordinanza tramite un’ammenda di venti soldi.
Nell’età intermedia la segnalazione di un particolare stato sociale era uno dei mezzi fondamentali per permettere l’immediata distinzione di persone dalle caratteristiche sociali diverse: era comunque, sempre, un provvedimento restrittivo e colpevolizzante, che giammai si poteva accettare se non a malincuore e per estrema ragione, atteso che possedeva in se stesso punti di contatto innegabili con quell’ostentazione di una nota d’infamia con cui erano marchiati vari tipi di criminali, di modo che potessero venire immediatamente ed inequivocabilmente riconosciuti.
In merito agli Ebrei in Genova si ritornò a discutere, secondo questi parametri di differenziazione ostentata, verso la fine del XVI secolo allorquando si pensò di pubblicare un “decreto di espulsione” a carico di tutti gli aderenti alla “nazione ebrea” residenti nel genovesato.

Tale decreto in effetti non ebbe una pratica applicazione.

Le cose ebbero una svolta imprevista allorquando Genova per tutelare la propria attività mercantile prese la decisione di istituire un portofranco, iniziativa onerosa che comportò svariati interventi governativi si a decorrere dal 1590 passando per vari decenni del XVII secolo.
Per la regolamentazione della fruizione del portofranco si dovettero attivare delle cautele di ordine giuridico ed istituzionale: in una delibera del 1658 si sarebbero indicati i leciti fruitori del portofranco: in base a siffatto capitolo era disposto “che era consentito ad ogni persona di qualsivoglia nazione, stato, grado o condizione, di venire in genova ad abitare con la famiglia e di potervi negoziare in cambi, merci, vettovaglie ed ogni altra cosa“.
Gli ebrei (ma anche gli “infedeli”) erano indicati fra coloro che potevano godere di siffatte autorizzazioni a condizione di rispettare degli appositi capitoli ancora da emanare.
Nel giugno del 1658 si provvide alla stesura e pubblicazione dei “Capitoli relativi alla natione hebrea“.
L’essenza di ogni successiva considerazione era demandata al capitolo I in cui però, in nuce, risiedevano le motivazioni di futuri scontri e dissapori: esso permetteva agli ebrei di entrare in possesso di un peculiare salvacondotto, una patente in grado di consentire loro di trafficare per l’intiero Dominio senza venire in alcun modo molestati “…etiamdio che fossero vissuti sotto nome di christiani o fatto qualsivoglia atto o demostratione da christiano in qualsivoglia luogo e tempo“.
Eccezioni significative riguardavano i delitti di Lesa maestà ed i debiti degli ebrei contratti con i sudditi della Repubblica, per i quali avrebbero potuto essere convenuti e molestati, sì come avrebbero avuto diritto di convenire e molestare.

Non molto tempo era trascorso dalla stampa dei capitoli in merito agli ebrei, che Agostino Franzone, residente a Roma per Genova e suo curatore di vari interessi presso la Santa Sede, ebbe la visita dell’assessore al Santo Ufficio monsignor Vissani che, a nome del pontefice, gli precisò come siffatti capitoli contenessero “alcune particolarità troppo pregiuditiali alla Chiesa et all’autorità pontificia“.
Il Franzone tentò di assumere le difese del governo genovese asserendo che la Repubblica non si sarebbe peraltro comportata, in merito alla questione ebraica, diversamente da Venezia.

Il Franzone comunicò alle autorità genovesi il senso di una corposa resistenza romana a come gli ebrei eran stati trattati a Genova in forza dei “Capitoli” loro concessi e parimenti, sulla scia delle sue affermazioni, si pose il cardinale Raggi.
Le relazioni romane furono discusse a Genova sotto la presidenza del Doge essendo presenti sia i procuratori che i governatori e ne derivò una discussione non priva di calore.
Dopo proposte varie ma non passate ai voti si scelse la strada di scrivere a Roma comunicando che la questione era complessa e non poteva esser risolta seduta stante, almeno in occasione dell’imminente partenza del corriere latore del documento ufficiale.
Le autorità genovesi si assunsero comunque l’onere di soppesare al meglio i fatti sì da esaudire quanto sostanzialmente richiesto dal papa: contestualmente al residente ligure in Roma si comunicò in prima istanza che il governo ligure si sarebbe adoprato al massimo perchè si mantenesse “fermo e stabile” ciò che “ai Sacri canoni, apostoliche costituzioni et universali concilii non ripugna in quella forma che a detti hebrei è permesso ovunque ne’ stati de’ principi cattolici, ove hanno privilegio di stanziare“.
Allo stesso residente si concesse comunque una meno gradita ma comunque fattibile alternativa, quella di proporre alla Chiesa di Roma che, se ritenuto necessario, si potevano “ristampare gli istessi capitoli, senza quel paragrafo del quale si stima offeso il Sant’officio“.
Che comunque Genova intendesse difendere il suo operato lo si intende bene dalla lettura della parte finale di quanto scritto al menzionato residente, una sarcina narrativa in cui lo si esortava a mediare astutamente “per via di discorso e con la destrezza ch’è vostra propria ogn’un di questi modi, con chi vi parerà più convenire, per riferirne la disposizione, nella quale si trovano cotesti prelati d’acquietarsi. A noi pare verosimile che debba seguire con loro piena soddisfattione nell’avvertenze fatte agl’altri capitoli, noi non intendiamo persistere gagliardamente come non vediamo tampoco che codesti Prelati insistano più di tanto; perciò vogliamo credere che debba anche bastare una verbale protesta che Voi a nome nostro li facciate della sincerità della nostra intentione“.

Obbedendo ai mandati della Signoria Agostino Franzone si recò addirittura dal papa onde esporgli le varie preoccupazioni della Repubblica atteso il rigetto da parte dell’autorità ecclesiastica di alcuni “capitoli della natione hebraica”.
Alla formale per quanto benevola accoglienza del Santo Padre non corrispose però alcuna concessione.

E non a caso il Franzone, poco dopo, nel mese di settembre del 1658 ricevette una nuova visita, per ordine papale, di monsignor Vissani il quale, mentre lo rassicurava che il testo dei detti capitoli era stato zelantemente studiato e comparato, lo ragguagliava della loro inaccettabilità per la Chiesa, viste le tante “oppositioni” riscontratevi, al segno che il Santo Padre era giunto alla conclusione di incaricare sia il cardinale arcivescovo di Genova che il padre inquisitore della città di addivenire ad un incontro con le autorità in modo da discutere l’abolizione dei capitoli controversi.

La Repubblica organizzò un suo schermo difensivo, affidandosi alle competenze giuridiche di Giovanni Battista De Ferrari e di Agapito Centurione: l’arcivescovo preferì abbandonare la tenzone, evidentemente per il quieto vivere, e lasciò l’onere di trattare per la parte ecclesiastica all’inquisitore di Genova Agostino Cermelli.

I punti dolenti della questione erano sostanzialmente due; il primo concerneva la revoca dei “Capitoli” pubblicati, mentre il secondo verteva sul contenuto del primo capitolo che comportava la concessione del salvacondotto per il portofranco parimenti agli ebrei già cristiani.  A giudizio del Cermelli questa sembrava una autorizzazione governativa all’apostasia, un delitto che per natura istituzionale era da sempre stato di competenza del foro ecclesiastico e non dell’autorità governativa laica.

Le distinzioni a pro degli ebrei provenienti da Spagna e Portogallo non comparivano e qualsiasi protezione statale contro eventuali processi per apostasia veniva meno: non restava che affidarsi alla promessa del Cermelli che egli “Non avrebbe cercato il pelo nell’uovo“. In effetti era un po’ poco e ed allora , affinche “detta natione hebrea non s’adombrasse per la pubblicazione di nuovi capitoli riduttivi e ciò non comportasse l’interruzione dell’arrivo di ebrei spagnoli e portoghesi, venne “d’ordine pubblico fatto intendere a detta natione come, nonostante la publicatione di detti nuovi capitoli, detti hebrei vissuti in Spagna e Portogallo potevano liberamente venire perchè per detto capo non le sarebbe data molestia dal Foro ecclesiastico, havendo la Repubblica così concertato con esso“.

Genova non pagò, per l’avvenire, un peso troppo rilevante all’Inquisizione: anzi lo Stato divenne gradualmente meno cedevole nel concedere il braccio secolare all’Inquisitore, gli ebrei non ebbero a sopportatre vessazioni particolari e globalmente si finirono per accettare comportamenti in genere proibiti dalle costituzioni apostoliche.
In varie note Roma fece notare come lo Stato di Genova, alla resa cei conti, risultasse più tollerante del Granducato di Toscana che “non ostante li privilegi concessi dalla casa Medici alla Natione Ebrea in Livorno più ampli di quelli di codesta Serenissima Repubblica sempre però òa pietà dei Granduchi ha lasciato il Braccio al Santo Officio di carcerarli e massime quando si è trattato di giudaizzanti, essendo cosa certissima di non avere la giurisdizione laicale alcuna podestà di permettere sicurezza e franchigia ne’ delitti di lesa maestà di Fede, essendo cosa abominevole lo sentire fugire battezati e per conseguenza cattolici da paesi stranieri e venire a vivere apostati all’ebraismo in faccia a Roma nelle città più cattolizzanti d’italia e vivere in esse sfaciatamente nella loro apostasia“.

da Cultura-Barocca

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