Dei delitti e delle pene prima del Beccaria

In gran parte dei Paesi europei la procedura penale era segreta fino alla sentenza e l’imputato non aveva diritto di conoscere l’accusa né le prove, d’accedere agli atti, di conoscere le testimonianze e l’identità di chi le avesse fatte: neppure poteva avere un suo avvocato.
La legislazione criminale degli Statuti genovesi cinquecenteschi non ebbe questi eccessi, concedendo ai rei alcune prerogative fra cui l’accesso agli atti e in vari casi il diritto a scegliersi un difensore (cap.12, lib. I).

Anche in seno alla giurisprudenza penale della Repubblica l’istruttoria spesso perveniva alla “verità facendo” evitando ogni intervento dell’imputato: anche nel Dominio si dava gran peso alla CONFESSIONE del reo (comparsa fra le prove giudiziarie nel XIII-XIV sec.) sia per non demotivare i meccanismi dell’istruttoria in assenza dell’imputato sia perché con essa si conseguiva una ratifica indiscutibile dell’accusa, sanzionandone i fondamenti.

Per ottenere la CONFESSIONE ovunque erano attivate tutte le coercizioni.
Un’ambiguità procedurale imponeva da un lato che, per esser valida, la CONFESSIONE doveva avvenire davanti al tribunale competente, risultando verisimile, spontanea ed avallata da un giuramento. Ma, per tali risultati, nessun tribunale rifuggiva dalla tortura applicata al reo, a complici e testimoni reticenti, in un luogo isolato, spesso nella CAMERA DELLE TORTURE entro il carcere o le segrete del Palazzo Pubblico come pure accadde in occasione del caso delle STREGHE DI TRIORA. Era regolata in modo così preciso da avere i connotati di un duello, pur impari, fra inquisito e giudice, sì che il primo era perduto se confessava mentre nei rari casi contrari era il giudice a trovarsi nella posizione di dover liberare l’imputato o perlomeno a salvarlo dal supplizio estremo (per questa ragione gli Statuti genovesi comportavano, su richiesta degli inquirenti, un’eccezione nell’applicazione della tortura dei “TRATTI DI CORDA” o anche dell’ECULEO avverso gli imputati della Corsica che sarebbero risultavano resistenti a tal coercizione = Statuti criminali, l. I, c.15) [La TORTURA MUTILANTE era invece un tipo di punizione corporale spesso menzionato dalla normativa penale europea di metà Cinquecento e del XVII sec.]

Lo SPACCAGINOCCHIA contribuiva al meccanismo della TORTURA MUTILANTE riducendo chiunque, se sopravviveva, ad un rudere umano, uno sciancato deforme.

Lo SCHIACCIAPOLLICI (quello dell’immagine è di fattura austriaca, molto sofisticato, a differenza degli esemplari italiani, più elementari, fatti di 2 verghe metalliche comprimibili per via d’una vite infinita) conveniva nel caso di inchieste svolte in luoghi scomodi, senza la necessità di portare i “sospetti” nella CAMERA DELLE TORTURE: l’attrezzo, specie se sofisticato, era provvisto di tacche appuntite che venivano poste in linea coi gangli nervosi più sensibili di mani e dita sì che, stando ai giudizi raccolti, ben pochi erano in grado di resistere al dolore, oltre i 5 min. questo era insopportabile, con la conseguenza che la CONFESSIONE era quasi consequenziale e spesso arricchita di particolari suggeriti dal giudice.
Comunque il sistema di torture era molto vario nelle applicazioni, a seconda delle giurisdizioni penali degli Stati: si legga comunque il cap.15 (“Delle torture”) del libro II degli Statuti Criminali di Genova che nella sostanza replica quanto sancito dagli ordinamenti penali degli altri Stati Italiani e, con l’eccezione dell’Inghilterra, della totalità delle nazioni europee cattoliche e riformate.

Contestualmente anche nel campo della tortura inquisitoriale ecclesiastica, pur tenendo conto sia delle regolamentazioni statutarie delle reciproche sfere di influenza, sia dei frequenti contrasti, tanto in linea teorica quanto pratica [come nel celebre caso della procedura, dello Stato (nella fattispecie quello genovese e della Chiesa) contro le presunte Streghe di Triora la ragione principale dell’investigazione coi tormenti era rappresentata dall’esigenza della CONFESSIONE : come peraltro ben si apprende da un passo esplicativo delle DISSERTAZIONI SULLA MAGIA di M. Delrio, che non si può prescindere dal LEGGERE a riguardo delle finalità e metodiche della tortura ecclesiastica (tenendo altresì conto di tutti gli INDIZI PROBANTI e delle norme sulla COSTRIZIONE DEI TESTIMONI).

AMPUTAZIONE> pene di A. varie, quando non debba essere comminata la Pena di morte o l’A. non sia surrogata con pene diverse (specie relegazione come GALEOTTO) o ammende varie (dagli Statuti Criminali del ’56, libro II “delle Pene”> si indica solo, tra parentesi, il numero del capitolo: in Italia si usava più la tipica MANNAIA con cui si colpiva l’arto da amputare):
posto legato sul ceppo, anche in Italia ma soprattutto nei paesi germanici donde si ha l’esemplare qui riprodotto era in uso anche la SPADA DA GIUSTIZIA [qui nell’immagine col suo fodero – come questo esemplare tedesco del ‘600 la SPADA DEL BOIA era lunga, larga, priva di punta -presente solo nei tipi più antichi- ed a sezione lenticolare per favorire l’amputazione o la decapitazione in un sol colpo: non si ha menzione di SPADE DA GIUSTIZIA della Repubblica di Genova anche se ne è supponibile l’uso. La maggior parte degli esemplari dell’arma conservata nai musei è tedesca: in Italia si hanno notizie precise della SCIABOLA DA CARNEFICE già presente nell’Armeria Estense di Modena]:.
>A. degli occhi> (termine forzato per accecamento tramite applicazione di un ferro incandescente o estirpazione traumatica degli occhi): a carico di Avvelenatori (10).
> A. della lingua>: a carico di Bestemmiatori (1), Chi fornisce false generalità, Chi ha redatto un documento mendace (36).
> A. delle orecchie: a carico di Avvelenatori (10), Autori di Sacrilègi (25).
> A. del naso (varianti possibili: A. di una o entrambe le nari): a carico di Ruffiani e lenoni (6), Genitori che prostituiscono le figlie contro la loro volontà (6), Avvelenatori (10), Ladri (20), Autori di false testimonianze (35).
> A. di una o d’entrambe le mani: a carico di Bestemmiatori (1), Assassini (11), Percuotitori (12), Aggressori di pubblici funzionari (18), Quanti fanno fuggire una serva altrui (22), Autori di Sacrilègi (25), Pirati-Predoni di mare (27), Falsificatori di documenti (32)

PENA (DI MORTE)> In età intermedia la pena di morte era data in vari modi ma, per quasi tutti gli stati anche per la Repubblica di Genova (come dettano gli Statuti erano eminenti i supplizi estremi per via di Forca ad impiccagione lenta, Decapitazione, Rogo .
L’ IMPICCAGIONE (pena tipica dei delinquenti dei ceti meno abbienti) era spesso preceduta dall’amputazione per infamia di un arto o dalla pubblica flagellazione venendo il reo lungo le pubbliche vie “tratto a coda d’una bestia” al supplizio (l’impiccagione era lenta col viluppo dei corpi di boia e condannato, con la scenografia d’alterchi fra vittima e carnefice, con l’inumano squallore di agonie impressionanti: anche se per acelerare l’esecuzione esisteva un sottoposto del Carnefice di Stato detto tirapiedi: qui visibile in una stampa antiquaria mentre afferra per i piedi il condannato durante una pubblica esecuzione = tirapièdi s. m. [comp. di tirare e piede]. – = prima dell’invenzione della forca inglese per impiccaggioni- era l’aiutante del boia che aveva il compito di tirare i piedi dell’impiccato per renderne più breve l’agonia]. Dal 1760 fu esperimentata in Inghilterra una macchina nuova per i. diversa dalla vecchia Forca: nel 1783 questo sistema di i. fu adottato in quel Paese mentre si abolivano i codazzi di folla dietro al condannato.
Si poteva evitare il pubblico disonore dell’IMPICCAGIONE tramite lo STRANGOLAMENTO perpetrato dal boia nelle segrete di un carcere come accadeva a Venezia nel “Cameroto dove soleano far strozzare per ordine del fu Consiglio di X, esistente nel mezzo delle Carceri giù dal ponte della Paglia” come si legge in una STAMPA del XVIII sec. del Museo Carrer di Venezia, in “Gabinetto di Stampe e Disegni”.
La tecnica dello STRANGOLAMENTO, in certi casi era un “modo privato e non infamante” di esser giustiziati, ma aveva lati oscuri: tra l’altro era un modo da parte dei potenti, a Venezia da parte degli Ambiziosi membri del Consiglio dei Dieci ma anche in altri paesi ad opera di Sovrani e Gestori del potere, per eliminare dei prigionieri scomodi evitando le remore dei processi e i rischi di assoluzioni possibili, specie se la persona da eliminare era a sua volta un potente momentaneamente in disgrazia.
Da questa antica tecnica di morte, già usata dai Romani nel Carcere Mamertino, si evolse una terribile macchina di morte: la garròtta (in spagnolo garrote). Questa macchina fu introdotta come pena di morte in Spagna ma fu usata in altri paesi, specie in dittature di paesi sudamericani di cultura spagnola. Al collo del condannato, posto in posizione seduta, si applicava un cerchio di ferro che a mezzo di una vite veniva sempre più stretto fino che sopraggiungesse morte per strangolamento. Questo strumento (che fondeva tortura e estremo supplizio, fu introdotto dalle esecuzioni a partire dal 1882: dapprima le esecuzioni erano pubbliche per il vecchio principio dell’Inquisizione spagnola della CATARSI, ma successivamente sino agli anni Sessanta di questo secolo (prima della sua soppressione, anche sotto una pubblica condanna morale e civile) venne praticata solo all’interno degli Istituti di pena.
Gli Statuti, riferendosi alla giustizia controriformista citano la pena nuova (per ERETICI, rei di lesa maestà, di stregoneria, azioni infami contro natura e Sodomia) del ROGO PURIFICATORE DI UN DELINQUENTE GIA’ GIUSTIZIATO PER IMPICCAGIONE o nei casi estremi del ROGO COMMINATO A CRIMINALI CONDANNATI A MORTE ED ANCORA VIVI (come nell’IMMAGINE – a scopo di PUBBLICA CATARSI nel caso di un eretico o di un ALCHIMISTA giudicato REO DI ERESIA quasi sempre “coi libri eretici”, quelli PROIBITI, MAGICI od ALCHEMICI legati sul petto e sulla schiena”) con la DISPERSIONE DELLE CENERI IN TERRA NON CONSACRATA: pena, peraltro, comminabile a tutti i grandi criminali contro le leggi di natura, compresi i falsari le cui proprietà ed in particolare gli ambienti in cui procedevano alla falsificazione delle monete dovevano venir distrutti e rasi al suolo di modo che “neppur la memoria si conservasse del lor nefando crimine”.
Gli Statuti fanno quindi menzione della PENA PER DECAPITAZIONE applicata, a Genova come in tutti gli Stati italiani ed europei, ai condannati a morte provenienti dai ceti nobili: tal tipo di supplizio capitale (spesso svolto in segreto e lontano dalla folla curiosa) aveva il vantaggio” di esser più celere e quindi meno doloroso degli altri, specie se il BOIA (che per mantenere utile anonimato indossava la temuta MASCHERA DA CARNEFICE), ben prezzolato dai parenti della vittima ed abbastanza esperto, uccideva con un sol colpo della MANNAIA, come si usava a Genova, o della SPADA DA BOIA O CARNEFICE più usata nei paesi germanici.
Sorprendentemente dalla Cronaca di Jean d’Authon (pubblicata nel 1835) si ricava che a Genova nel 1507 (esecuzione del patrizio Demetrio Giustiniani secondo i dettami del diritto intermedio) era in uso una MACCHINA DI MORTE corrispondente alla GHIGLIOTTINA, ritenuta invenzione del rivoluzionario francese e professore di anatomia Joseph Ignace Guillotin (1738-1814) che -in nome di un’uniformità di trattamento dei criminali prescindendo dallo stato sociale e quindi eliminando ogni privilegio di casta– solo propose, il 10 /X / 1789, all’Assemblea nazionale un progetto (convertito in legge il 3/ VI / 1791) di “uguaglianza democratica anche nelle modalità di esecuzione capitale”
ispirandosi ai dettami della revisione illuministica e rivoluzionaria del diritto penale
sì da usare, contro le consuetudini ed alcune vecchie sanzioni statutarie, per tutti i condannati al supplizio capitale una macchina capace di rendere la morte istantanea, meno dolorosa, privilegio per secoli riconosciuto solo ai ceti nobiliari ed egemoni : macchina che poi in qualche modo fu resa tristemente celebre dall’evento, che più d’ogni altro colpì l’immaginario collettivo del tempo, cioè l’ESECUZIONE DELLA REGINA DI FRANCIA MARIA ANTONIETTA.
Questo apparecchio di morte usato per tutti i ceti solo dopo l’iniziativa di Guillotin (identiche macchine di morte cinquecentesche in uso in Germania erano però divenute tanto note da meritare vari appellativi polareggianti come “Diele”, “Hobel”, “Dolabra”), risaliva al XIII secolo ed era usato in Europa per punire i soli nobili: v. gli esemplari cinque-seicenteschi italiani (di Roma, Lecce e Lucera) in “Museo Crim. Roma”: PORTIGLIATTI – BORBOS, pp.141-142: la GHIGLIOTTINA (“Guillotine” da una canzone satirica, che amareggiò l'”ideatore”, pubblicata sul giornale realista “Les Actes des Apotres”: ma s’era anche pensato di chiamarla “Mirabelle” da Mirabeau, “Luisette” o “Luison” dal dottor Louis che ne determinò e perfezionò la funzionalità) venne fatta non dal fornitore di forche Guédon ma dall’ economico costruttore di clavicembali T. Schmidt: fu sperimentata su animali o cadaveri e quindi sulla prima vittima, il rapinatore N.J.Pellettier (25-4-1792).
Una variante eccezionale di condanna a morte, applicata in Inghilterra contro i pirati ed in ambiente cattolico, italiano e spagnolo, soprattutto contro ERETICI [e da ritenersi quindi PENA MISTA cioè di STATO E CHIESA] era il CONTENIMENTO, SIN A MORTE, SENZA CIBO ED ACQUA (per LEGAMENTO AD UN PALO IN PUBBLICA VISTA o in una GABBIA FERRATA) dei colpevoli.
Questi sventurati erano così esposti in pubblico all’orrore ed alla vergogna di una morte lenta per inedia [nel corso della quale i più ormai defedati e disidratati pronunciavano nell’estrema disperazione di una morte senza scampo o perdono (se non l’avevano fatto già sotto Tortura inquisitoriale) la CONFESSIONE PIU’ AMPIA DI LORO REATI contro STATO e/o CHIESA].
In Inghilterra la sede pubblica naturale d’esposizione pubblica, trattandosi di pirati, era una qualche zona portuale>in ambito cattolico si esponevano i condannati davanti alle chiese ed anche al loro interno (ove il cadavere restava sin oltre l’angosciante attimo della morte e quindi il lungo travaglio della decomposizione) come TERRIBILE MONITO per i fedeli meno saldi: è il caso di questa vittima morta all’interno di una gabbia metallica e che fu rinvenuta a Milazzo nel 1806> ora in “Roma-Museo Altavista”.
Ai primi del XVIII secolo, tra le PENE DI MORTE, compare la PENA DELLA FUCILAZIONE (propriamente tramite l’ESSERE ARCHIBUGIATO): la sua menzione sembra però esser da applicarsi esclusivamente a criminali gravi appartenenti alle forze armate delle Repubblica di Genova.

da Cultura-Barocca

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