Ferrante Pallavicino

Ferrante Pallavicino o Pallavicini, di cui sopra si può vedere un’effigie, nacque a Parma il 23 marzo del 1615.
Studiò fra i canonici della “Casa della passione” a Milano, dei quali aveva anche vestito l’abito, ma il Pallavicino possedeva un temperamento acceso e turbolento, non adatto alla vita ecclesiastica.
Completati gli studi (probabilmente nel 1634), si stabilì a Venezia (entrò a contatto del mondo libertino degli Incogniti [Accademia], ove conobbe Angelico Aprosio divenendone corrispondente).
” Il sole ne’ pianeti” del 1635 fu l’opuscolo che inaugurò un’intensa attività letteraria all’insegna di rapidi successi.
Dalle tematiche sacre passava a quelle più audacemente profane, dai libelli satirici ai romanzi, dalle favole e dalle novelle alle biografie di personaggi biblici, ecc.
Nel 1636 diede alle stampe una delle sue opere più importanti: “I Successi del mondo dell’anno” .
Al testo di elevazione religiosa, come “Le bellezze dell’anima” (1640), seguì, due anni dopo, l’audace “Retorica delle puttane” .
Il 23 settembre 1641, a causa di un opuscolo di cruda satira, “Il corriero svaligiato“, contro la chiesa e il movimento gesuita, venne incarcerato e le sue vicissitudini ben le possiamo leggere in una sua celebre lettera.
Venne liberato dopo circa sei mesi, senza aver sostenuto un processo.
Successivamente si ripropose con altri due opuscoli satirici, “La baccinata ovverro batterella per le Api Barberine” e il “Dialogo tra due gentiluomini Acanzi” (1642), scritti in occasione della guerra tra Urbano VIII e il duca Odoardo Farnese di Parma e Piacenza: la sua rovina è ormai decretata.
Con un tranello tesogli dalla potente famiglia Barberini, lasciatosi attirare in Francia, fu catturato nel 1643 dai gendarmi pontifici in vicinanza d’Avignone.
Sottoposto a processo, dopo oltre un anno di dura prigionia, venne accusato di lesa maestà e apostasia e condannato alla decapitazione, che avvenne ad Avignone il 5 marzo del 1644.
Per tutta la sua vita il Pallavicino si oppose in modo energico e passionale sia alla politica spagnola, sia a quella ecclesiastica.
Lo scritto ” Il divorzio celeste cagionato dalle dissolutezze della Sposa romana” del 1643, anche se si hanno dei dubbi sull’effettiva paternità del Pallavicino, rappresenterebbe, forse, l’opera che più d’ogni altra affermerebbe l’animosità dell’autore verso la Chiesa.

da Cultura-Barocca

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