Libri proibiti nel Seicento

 

Il ventimigliese Angelico Aprosio fu definito “Poeta” in senso critico e decettivo) non solo per certe sue stravaganze ma anche per la curiosità verso i libri proibiti quelli che era pericoloso leggere o possedere cosa che in qualche modo riuscì poi ad aggirare divenendo Vicario della Santa Inquisizione per la Diocesi di Ventimiglia con il compito di analizzare i libri che entrassero nell’areale = ma prima di questa soluzione aveva corso i suoi rischi e provata come sul dirsi “autentica paura” specialmente nel caso in cui si trovò di rimpetto al legato apostolico Francesco Vitelli e visualizzò con timore il comportamento di costui avverso intellettuali ribelli come Girolamo Brusoni e soprattutto constatò l’intransigenza sempre del Vitelli nel caso di Ferrante Pallavicino di cui a Venezia Angelico divenne anche corrispondente.
Francesco Vitelli aveva esplicitamente in peculiare avversione il Pallavicino, specie come si evince da questa sua lettera al Governo veneziano per il romanzo “Il Corriero Svaligiato” che nemmeno cita ma definisce “libro tanto vergognoso, che conteneva materie tanto ingiuriose alli Prencipi, alla religione, alli buoni costumi, alla pietà sempre solita di questa Serenissima repubblica, fui qui ad’essagerare la materia importante, et à supplicarla della captura…” cosa che con altre contribuì al suo arresto e dopo la liberazione, attese -oltre la stesura di altre opere- scelte politiche contrarie alla Chiesa di Roma , ad un nuovo arresto con processo e condanna capitale e quindi sua esecuzione in Avignone, inducendo l’Aprosio a prendere le opportune distanze ed a tenersi buono il pericoloso Vitelli anche con omaggi letterari (tra cui la dedica dell’antistiglianeo Buratto) oltre che per via di corrispondenza. Questa “esperienza veneziana” indusse Angelico ad agire con molta più cautela anche se su vari eruditi e vari temi, non smise di leggere libri proibitissimi che tuttavia non raccolse e di cui evitò di parlare se non ad amici fidatissimi e spesso in crittografia: un caso evidente è quello della lettura attestata da quanto scrisse nello Scudo di Rinaldo I p. 95 da molti reputato il “Libro ch’era follia portar in qualsiasi libraria” vale a dire lo Zodiacus Vitae di “Marcello Palingenio Stellato”.
In definitiva per Angelico Aprosio “il Ventimiglia” la bibliofilia finì comunque per prevalere sul timore e in merito a vari temi (eresia, pantesimo, rigetto del creazionismo, temporalismo della Chiesa, scandalosi comportamenti di molti religiosi, simonia, avidità di ricchezze ecc. ecc.) egli non mancò certo di esprimere le sue opinioni leggendo le opere di autori dannati, italiani e non, difficili qui da elencare compiutamente, quali non solo il Manzoli cioè Palingenio Stellato, Giordano Bruno, Paolo Sarpi, Ferrante Pallavicino, Gregorio Leti ma anche di autori decisamente minori alla cui salvezza dall’oblio contribuì non poco e persino di autori tipici di opere escrologiche che qui, anche per non enfatizzare oltremodo le riflessioni menzionando talora produzioni al limite del licenzioso o del provocatorio tanto da esser destinate a rimanere spesso manoscritte, si ricordano soltanto con un accenno, essendo in altra sede, oculatamente, digitalizzate o trascritte da Cultura-Barocca, cui si possono richiedere motivandone le ragioni.
Dopo l’inasprimento dell’urto tra Riforma e Controriforma anche in forza di una pubblicistica spesso esente da teologia ma non priva di ricorsi a magismo e persino escrologia l’interesse aprosiano si sublimò in merito a casi singoli quanto clamorosi su cui, con successo o non, riuscì ad apprendere particolari rilevanti quale, con altri, quello concernente l’esecuzione di Giordano Bruno (da non dimenticare che nella sua voglia di conoscenza Aprosio intrattenne con Kaspar Schoppe, l’erudito tedesco convertitosi dal luteranesimo al cattolicesimo che registrò sia le parole di Giordano Bruno dopo la lettura della sentenza che lo scacciava dal foro ecclesiastico e lo consegnava al braccio secolare preposto ad eseguire la punizione corporale sia pure l’esecuzione de filosofo nolano in Campo dei Fiori, una corrispondenza destinata a svanire per la morte dell’ormai vecchio erudito tedesco) per un esteso approfondimento vedi qui il doppio foro e le interazioni tra pene dello Stato e pene della Chiesa teorema che rimanda ad uno scontro epocale anche se databile ai primi del ‘600 vale a dire lo scontro tra Venezia le la curia Romana che rimandò all’interpetrazione veneziana -contro l’interdetto papale- del suo diritto a giudicare gli ecclesiastici variamente rei al Foro dello Stato e che può contestualmente annodarsi allo scontro tra Paolo Sarpi ed il Cardinale Bellarmino (del Bellarmino son qui integralmente digitalizzate due non comuni opere connesse alla tematica di cui si è detto, rispettivamente intitolate Risposta del Cardinal Bellarmino ad una Lettera senza Autore. Sopra il Breve di Censure dalla Santità di Paolo V publicate contro li Signori Venetiani e quindi Risposta del Cardinal Bellarmino ad un Libretto intitolato Trattato, & risolutione sopra la validità delle Scommuniche di Gio. Gersone ): la polemica include anche anche molte considerazioni sull’i
abuso di accumulo di ricchezze delle Chiesa per il Sarpi destinate invece al sostegno dei poveri e da lui riassunte nel qui parimenti digitalizzato TRATTATO DELLE MATERIE BENEFICIARIE (che Cultura-Barocca ha cercato di rendere più facilmente consultabile tramite un indice delle voci riportante -a fianco di ognuna- le pagine di trattazione confortato il tutto da codesto sistema di suddivisione -per settori di pagine- dell’opera sì da rendere più agile l’accesso alle voci che interessano).
Si tratta di un testo poco noto, anche perchè finalizzato a livello di manoscritto da Fulgenzio Micanzio (Passirano, 1570 – Venezia, 1654) discepolo del Sarpi.

da Cultura-Barocca

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