Un missionario di Taggia (IM) nell’Estremo Oriente

Uno scorcio di Taggia (IM)

Giovanni Filippo De Marini nasce a Taggia nel 1608 e della gente dell’estremo Ponente conserva per tutta la vita le doti migliori: senso pratico, capacità innate di raziocinio e quello spirito di adattamento che è spesso temprato da un’umanissima comprensione dei problemi altrui.
In più ha una fede sincera, una spontanea convinzione che il credo cristiano sia valido ed accettabile a qualsiasi latitudine, a condizione che vi sia portato con logica cautela e prudente analisi della verita effettuale dell’area di operazione missionaria.
La fede lo sottrae a Taggia e lo consegna alla Compagnia di Gesù nel 1625; dopo 13 anni, nel corso dei quali matura ed affina le doti potenziali di missionario , s’imbarca per le Indie nel 1638.
Nel Tonkino esperisce con successo le sue funzioni, adattandosi brillantemente all’ambiente, sondandone con mente lucida le condizioni socio-politiche ed impadronendosi del lessico indigeno.
Il successo lo eleva a grande dignità e gli conferisce, agli occhi dei locali, la nomea del giusto e del saggio; riconoscendone le buone capacità e l’indubbio carisma l’autorità ecclesiastica gli attribuisce ia prestigiosa carica di Rettore del Collegio Gesuitico di Macao.
All’ombra dei Portoghesi, ma sempre curioso e attento ai problemi degli indigeni, affina la sua sensibilità Missionaria, emancipandosi dai residui pregiudizi europei, consequenziali del resto di una formazione culturale ancora nebulosa nei confronti dell’estremo oriente.
Ritornato a Roma nel 1660 riesamina letterariamente le sue esperienze missionarie ma, nonostante l’effettivo. successo dei suoi sforzi intellettuali, prova nostalgia delle antiche, esotiche esperienze e finalmente, nel 1674, riprende la via dell’Oriente.
Risiede dapprima in Giappone, svolgendo in questo paese, divenuto pericolosamente impermeabile all’infiltrazione cattolica, la delicata funzione di padre provinciale della missione gesuitica.
In funzione dell’esperienza accumulata e di una raffinata potenzialità di comprensione e di analisi il De Marini non manca di ottenere anche in questa occasione ; ottimi successi missionari, pur dovendo barcamenarsi nei labirinti di una cultura sottilmente ambigua come quella orientale e nonostante gli estri di un potere locale (e centrale) in genere modellato secondo una apparente formale cordialità ma sempre ancorato alla prepotente autocrazia di un insuperabile feudalesimo.
Non ritorna più in Italia! Rispettato ed amato conclude la sua esperienza terrena a Macao il 7 luglio 1682, lasciando quale retaggio spirituale i suoi insegnamenti di brillante missionario, uno scarno epistolario e la versione dal portoghese di un testo per la preparazione catechistica, strutturato ed organizzato da Antonio Rubino ad uso delle popolazioni asiatiche convertitesi alla dottrina di Cristo.
Il suo lavoro letterario più interessante rimane comunque l’Istoria e relazione del Tunkino e del Giappone, comparsa nel 1663, ma di cui si ricorda un’edizione veneziana del 1665.
L’opera, formalmente agile e moderatamente appesantita dal gusto barocco per l’erudizione, gode discreto favore tra i lettori; l’intento programmaticamente didascalico (l’autore dichiara di voler “giovare alle anime”) non sottrae energia al resoconto, che conserva un’indubbia piacevolezza e che, per vari aspetti, è tuttora fruibile.
Nonostante il De Marini sentenzi seriosamente che rinuncia al “delectare”, tanto in voga nel secolo, per il più dimenticato ma utile “prodesse”, è altresì fuor di dubbio che il lettore moderno si accosta ai suoi scritti con curiosità non esclusivamente spirituale ma anche con edonistico e scientifico interesse per le pregevoli descrizioni geografiche, ambientali e socio-culturali.
Basti pensare all’ariosa e garbata macrosequenza narrativa dedicata alle gare tra i vogatori tonchinesi, che nello sforzo di sopraffarsi e vincere la competizione, si danno “da se la battuta a schiusi denti e labbra ristrette, con battere il piè sopracoperta”.
Il De Marini osserva la scena con occhio attento, diremmo etnologico, e nell’oggettivizzare letterariamente il fatto risulta del tutto scevro di condizionamenti culturali o di freni retorici tipicamente occidentali egli valuta gli eventi attraverso la lente spregiudicata di un ottica mentale aperta e per questo profondamente cristiana; nel suo messaggio gli indigeni perdono la convenzionale e stantia caratura di selvaggi senza direttive etiche, essi sono soprattutto uomini, etnicamente e culturalmente diversi ma sempre uomini, nel senso più completo del termine.
Il pezzo pregiato e più significante in senso lato rimane comunque il celebre “Elogio di Confucio”, in cui il De Marini, riprendendo una delle migliori convenzioni letterarie barocche, procede ad un’attenta demistificazione di ogni aspetto di conformismo mentale.
Il De Marini si colloca nella giusta dimensione di chi consuma la sua vita per far avvicinare due mondi; ed è ancor più di un missionario in quanto non solo si fa apostolo del Cristianesimo ma “profeta” di un incontro tra genti ritenute antitetiche.

da Cultura-Barocca

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